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20.02.2018
Il paradosso di una vicenda le cui conseguenze ricadono pesantemente solo sui lavoratori

L’ENOTECA ITALIANA E' MORTA, VIVA L'ENOTECA ITALIANA

“L’Enoteca Italia è morta, viva l’Enoteca Italiana” è questo il commento che scaturisce dalla lettura dell’intervista al liquidatore dello storico Ente apparsa qualche giorno fa sul Corriere di Siena, una vicenda a dir poco paradossale che vede i soli lavoratori pagare pesantemente le conseguenze di scelte pubbliche quantomeno discutibili.
Così, alla vigilia del loro licenziamento, sono proprio i lavoratori a voler portare all’attenzione dell’opinione pubblica la loro incredibile situazione, raccontata già nell’intervista di uno di loro a RadioSienaTv .
In sostanza: nessuna prospettiva di ricollocazione, almeno 7 stipendi arretrati che rischiano di non essere recuperati, anni di contributi previdenziali non versati, un’unica speranza ma in tempi non definiti: l’intervento dell’Inps per il trattamento di fine rapporto.
Di cosa si parla? Si parla del declino di un Ente pubblico, deputato alla promozione e alla valorizzazione in Italia e all’estero dell’intera produzione vinicola nazionale, rispetto al quale, appare ora chiaro, nessun ha saputo o voluto intervenire, decretando così la fine di una istituzione gloriosa, di un’autentica eccellenza italiana di cui sembra non si sia capito neanche il valore reale.
È importante ricordare che al governo dell’Ente Mostra Vini – Enoteca Italiana c’è da sempre una compagine societaria composta in primis da Enti pubblici, da quegli Enti che, quasi 90 anni fa, l’avevano voluto, costituito e fatto riconoscere con un decreto del Presidente della Repubblica Italiana.
Si parla del Comune, della Camera di Commercio, dell’Amministrazione Provinciale di Siena e della Regione Toscana, che poco più di due anni fa ha investito un milione di euro in un progetto di salvataggio condiviso ma mai decollato, che ha permesso solo di onorare parte dei debiti pregressi verso banche e fornitori e garantito tutte le spettanze e le indennità ai lavoratori licenziati e ai dirigenti uscenti.
Una compagine societaria che nel tempo si è limitata ad interventi sullo Statuto senza modificare la natura giuridica dell’Ente e a scelte di amministratori indiscutibilmente inadeguate.
Insomma si è arrivati all’epilogo dopo una lunga, lenta, estenuante agonia tra distrazione, indifferenza ed inerzia con un’unica certezza: gli unici a pagare sono ancora una volta i lavoratori e nella maniera più pesante.
E a dire che non sono certo mancati appelli, segnalazioni e lettere ai Soci, incontri con gli stessi, voluti anche con l’appoggio dei sindacati.
Ora che è chiaro che è stato letteralmente dilapidato un patrimonio pluridecennale, si rassicura su un mero, ipotetico seguito mentre sarebbe il caso che, una volta per tutte, si dessero risposte concrete a sette famiglie smettendo di giocare con il loro destino.




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